Pagine: 448
     Prezzo: euro 20,00

Archivio dei bambini perduti
di Valeria Luiselli – La Nuova Frontiera

Non tutti i suoni comunicano qualcosa. Spesso sono solo rumore. Non tutte le parole hanno un significato. Spesso servono solo a coprire silenzi. Ai suoni è dedicata la carriera dei protagonisti del romanzo, due documentaristi conosciutisi in occasione di un progetto volto a ricreare il paesaggio sonoro di New York e a campionarne l’ampio assortimento linguistico. Alle parole e alla creazione di un lessico famigliare è dedicata la loro nuova vita, nata da un’unione che coinvolge due bambini, il figlio di lui e la figlia di lei, un’unione che nonostante l’iniziale solidità sembra destinata a una separazione, dovuta a obiettivi e approcci professionali troppo distanti tra loro. Eppure, da obiettivi diversi, può nascere un’esperienza comune, un viaggio on the road lungo le polverose strade dell’America più solitaria, quella delle città abbandonate in cui i fantasmi del passato fanno capolino nel presente, quella dei motel e delle stazioni di servizio, non luoghi per eccellenza di un’umanità separata dal resto della civiltà da chilometri d’asfalto. Lui insegue le tracce di una popolazione scomparsa, gli Apache, con l’intenzione di creare un “inventario di echi” per ricordare la vita all’interno delle riserve indiane di ieri attraverso i rumori e i suoni di quei luoghi nell’oggi. Lei intraprende la coraggiosa impresa di documentare l’emergenza dell’immigrazione al confine tra Messico e Stati Uniti, fenomeno che da decenni causa la morte o la sparizione di bambini fuggiti dalle violenze per cercare un futuro più felice. Sono i bambini perduti, “bambini che hanno perduto il diritto a un’infanzia”, così disperati da attraversare il confine a piedi, con il rischio di essere uccisi dalla polizia di frontiera o, nel migliore dei casi, di essere rinchiusi in un centro di custodia, un limbo nel quale non rimarrà loro altro che attendere di essere rimpatriati, perdendo così la possibilità di ricongiungersi ai loro parenti già residenti in suolo nordamericano.

La tappa finale del viaggio della coppia sarà l’Arizona o, forse, la conclusione del loro matrimonio. Ma la loro missione conta più della loro vita privata, perché documentare significa creare un racconto che veicoli un messaggio. Perché documentare significa “farci sentire meno persi nel tempo”.

“La storia che voglio raccontare è quella dei bambini che sono scomparsi, le cui voci non possono essere più udite perché sono andate perdute, forse per sempre”. Questa è una dichiarazione d’intenti non solo della protagonista del romanzo ma anche della sua scrittrice che, con “Archivio dei bambini perduti”, porta all’attenzione dei lettori contemporanei un fenomeno di origini molto lontane; di “crociate dei fanciulli” si parlava già nel XIII secolo, quando non era così raro che i più piccoli venissero imbarcati sulle navi per essere venduti come schiavi nei paesi stranieri, poiché braccia giovani erano garanzia di una prossima ottima manovalanza. La schiavitù di oggi ha cambiato forma ma non sostanza, restando un fenomeno ignobile e disumanizzante che costringe molti giovani immigrati a entrare nei circoli della prostituzione o del traffico di stupefacenti.

La mostruosità del destino dei bambini perduti è ancor più evidenziata dal contrasto con i due bimbi protagonisti del romanzo, fortunati perché nati nel luogo e nella situazione “giusti” e che prenderanno grandemente a cuore la criticità dell’immigrazione di confine, cercando di indossare dei panni che forse mai gli si adatteranno.

Luiselli riesce a scrivere così bene della tematica anche a ragione delle sue origini; lei, messicana di origine italiana residente negli Stati Uniti, percepisce da vicino il problema e, con esso, il sentirsi in bilico tra una moltitudine di identità messe in discussione dalla società. Ecco spiegata l’importanza nel romanzo della questione linguistica, sia essa espressa attraverso i suoni registrati dai due documentaristi o attraverso gli accenti ascoltati nella scuola multietnica della figlia. La lingua è foriera di appartenenza, proprio come nel caso del lessico creato dal nuovo nucleo famigliare per superare le etichette di una grammatica che complica ciò che, di fatto, difficile non è: l’essere diventati, da due entità isolate, un’unica famiglia. Un noi, risultato di una somma che ha vissuto di sottrazioni e che fatica costantemente a dare un risultato equivalente agli addendi o, almeno, alla loro volontà. Come la vita, anche questa neo-famiglia è soggetta a una sintassi incerta e, come la storia, riconosce l’importanza del racconto e delle conversazioni per la creazione di un’archeologia linguistica, di un archivio per ricordare in futuro e non dimenticare nel presente. “Le storie sono il solo modo di fare chiarezza con il senno di poi”, il solo modo per tener traccia del tempo; sono come le tacche che si disegnano sugli stipiti delle porte per registrare la crescita dei figli, come le tappe di un lungo viaggio o come le scatole che, durante un trasloco o in vista di una partenza, vengono riempite con brani di vita e incertezze affettive.

Scatole e tappe scandiscono la struttura della narrazione, cadenzata da piccoli approfondimenti su fatti talvolta banali che, insieme, creano un preciso ritratto di esistenze comuni: i protagonisti del libro non hanno un nome, come se l’autrice volesse rendere universalmente valida la loro storia, astraendola dal singolare individuale. Nomi propri sono attribuiti unicamente ad alcuni dei bambini perduti, perché la loro è una storia tristemente straordinaria che non assomiglia a nessun’altra.

La scrittrice fa del valore della realtà un punto di forza del suo romanzo e, “malgrado la ripetitività del quotidiano”, non risulta mai monotona nel descrivere minuziosamente situazioni ordinarie e dinamiche famigliari potenzialmente già sperimentate dai suoi lettori, come il rapporto tra genitori e figli che, nella sua opera, assume enorme rilievo. Così come i bambini hanno di fronte a sé un mondo ancora tutto da scoprire, i due adulti protagonisti, vittime di un amore intenso sfociato nel matrimonio, devono ricominciare da capo e mettere le basi per la formazione di una nuova famiglia, trasformando un posto in una casa, il caos in universo. In fondo, non si smette mai di essere bambini, ed è su questa consapevolezza che i genitori del libro costruiscono con i loro figli un rapporto paritario, anche a livello intellettuale, equilibrio evidenziato dal punto di vista compositivo dal passaggio dalla madre al figlio come voce narrante, una voce in entrambi i casi estremamente vera, riconoscibile e credibile, funzionale alla caratterizzazione ottimale dei personaggi anche a livello non verbale.

Potente è anche la voce di Valeria Luiselli, padrona assoluta del mezzo letterario, la cui prosa fluida sembra suggerire un’innata predisposizione alla scrittura. Nulla è forzato, tutto è naturale, persino la modalità narrativa di uno degli ultimi capitoli del libro, espediente che Missiroli definirebbe “scambio d’anima”, inserito perfettamente in un flusso di coscienza privo di punteggiatura. Magistrali sono inoltre le citazioni ad altri grandi della letteratura, rielaborate e messe tra loro in dialogo all’interno della fantomatica “Elegia per i bambini perduti”, romanzo nel romanzo attribuito all’immaginaria scrittrice italiana Ella Camposanto; Milton, Conrad, Pound e Omero non sono gli unici a comparire nell’opera di Luiselli, disseminata di titoli e consigli letterari tanto da comporre una bibliografia accessoria: ecco comparire “La strada” di McCarthy o “Il signore delle mosche” di Golding sotto forma di audiolibri ascoltati dai protagonisti nel corso del viaggio verso il sud-ovest americano, letture che formeranno il carattere dei figli e rafforzeranno quello dei genitori.

Probabilmente la definizione più puntuale di “Archivio dei bambini perduti” è data dalla sua stessa autrice nel raccontare il significato di una componente fondante del libro, della sua trama e del suo impianto valoriale.

“Una mappa è una sagoma, un contorno che raggruppa elementi disparati di qualunque natura. Mappare vuol dire includere quanto escludere. Mappare è inoltre un modo di rendere visibile ciò che solitamente non viene visto”.

E questo libro è proprio così, una raccolta di emozioni forti difficilmente dimenticabili, da leggere sulle note di “Space Oddity” di David Bowie, per cogliere una rinnovata speranza e capire che spesso le stelle possono sembrare diverse da come le conosciamo. 

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Valeria Luiselli

Valeria Luiselli (Città del Messico, 1983) è autrice di due romanzi, Volti nella folla eLa storia dei miei denti e dei saggi Carte False e Dimmi come va a finire, tutti pubblicati da La Nuova Frontiera. Collabora abitualmente con numerosi giornali e riviste di lingua spagnola e inglese tra cui The New York Times, The New Yorker, Granta, The Guardian, El País e McSweeney’s. Le sue opere, tradotte in più di venti lingue, hanno vinto importanti riconoscimenti internazionali come il Los Angeles Times Book Prize e l’American Book Award. Valeria Luiselli è stata due volte finalista del National Book Critics Circle Award e del Kirkus Prize. Attualmente vive a New York.

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Martina Barlassina

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