Pagine: 363
              Prezzo: euro 18,00

I miei piccoli dispiaceri
di Miriam Toews – Marcos Y Marcos editore

“Avevo anch’io una sorella, una sola / era pazza di me, come io di lei. / Le confidavo i miei piccoli dispiaceri..” scrive Samuel Taylor Coleridge in “To a friend.With an unfinished poem”. Da quest’ultimo verso del poeta inglese trae ispirazione il titolo del romanzo maggiormente autobiografico della scrittrice canadese Miriam Toews, una storia famigliare che, come accade in “Easter Parade” di Richard Yates, inizia con la descrizione del rapporto tra due sorelle per arrivare ad abbracciare le vicende di intere generazioni, dai primi del ‘900 a oggi. 

Elfreida e Yolandi Von Riesen sono nate, come la stessa autrice, all’interno di una comunità mennonita, dalla quale si sono presto emancipate grazie al sostegno di genitori curiosi e non accecati dai rigidi precetti religiosi alla base della loro fede originaria e per questo giudicati anomali e sovversivi da parte dei membri più fanatici della congregazione. Sarà proprio questa presunta diversità a rappresentare l’ancora di salvezza per le due giovani, ribelli dalla nascita, stimolandole a perseguire le loro passioni e a non restare nell’anonimato come il resto della componente femminile della comunità, privata della propria identità e totalmente assoggettata al potere e alla proprietà dei mariti. Elf si trasferirà in Europa per coltivare il suo genio nel suonare il pianoforte, attività proibita nel suo villaggio perché reminiscente delle lascive atmosfere da saloon, Yoli scriverà libri ispirati al rodeo con una protagonista femminile dal forte carattere. Diverse e così vicine, le due sorelle dovranno affrontare ostacoli molto alti, faticando o non riuscendo a superarli.

“I miei piccoli dispiaceri” è un piccolo scrigno di riflessioni su tematiche ampie e spesso considerate tabù all’interno del quale la Toews, tra flashback e brani che sembrano seguire un inarrestabile flusso di coscienza, sviscera criticità che l’hanno toccata in prima persona, dalla morbosità di un credo limitante al suicidio di un padre e di una sorella: la biografia della scrittrice e la trama del libro sono speculari, rimandando al lettore il dolore di esistenze percorse dalla sofferenza. Elf tenterà tre volte il suicidio, smettendo di mangiare, ingurgitando una quantità spropositata di pastiglie e tagliandosi i polsi, per poi riuscirci gettandosi sotto un treno come precedentemente fatto da suo padre. In Yoli sorgerà spontaneo il dubbio che esista un gene ereditario del suicidio ma non desisterà mai dal cercare di salvare la sorella, aiutandola a desiderare di vivere. È la sua lotta contro quella di Elf, una lotta che la stessa autrice descrive senza pietismi e senza paura di indugiare nella leggerezza, con uno stile “spigliato e giocoso, forte nei dettagli e assolutamente devastante”. Proprio come la madre delle protagoniste era solita scrivere gli elogi funebri per i tanti parenti persi. 

Perché, nonostante certe brutture, vale comunque la pena di vivere e di godere della bellezza del quotidiano, pur con i suoi fallimenti: “non è necessario che succeda qualcosa, per essere vita”. Yoli ha fallito diverse volte in ambito sentimentale e non può certamente vantare una brillante carriera letteraria; eppure ha due amatissimi figli e, soprattutto, l’audacia di guardare al futuro. Poco si può sfortunatamente fare nei confronti di un senso di solitudine viscerale così forte da annebbiare qualsiasi prospettiva, anche se a provarlo è la sorella più bella e  di successo, anche se quella sorella è sempre stato un idolo e un modello. Ma il tempo, se per alcuni è una punizione, per altri è un buon solutore e, nel ricordo, consente di continuare a condurre un’esistenza dignitosa, soprattutto se fondata su solide basi; e alla famiglia Von Riesen le ottime basi non mancano, grazie al rispetto sempre dimostrato verso una categoria di peculiare importanza soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà: i libri. 

Il romanzo della Toews è infatti un inno d’amore alle parole e al linguaggio, espresso attraverso la rappresentazione di un nucleo parentale che ha sempre creduto “nella lettura, nella scrittura e nel discernimento”, nelle parole e nel linguaggio come motore di emancipazione sociale e di liberazione. Se il plautdietsch (il dialetto mennnonita) è la lingua della reclusione, sia fisica che mentale, l’inglese è la possibilità di librarsi oltre i confini di una comunità che incatena alla colpa, l’occasione di entrare nel mondo degli altri senza percepirsi diseguali. Ciò vale anche per il francese, idioma sovente usato da Elf, la stessa per cui “il fondamento della civiltà sono le biblioteche”, per elevarsi agli occhi della sorella, facendole capire che c’è molto di più al di là del loro piccolo villaggio. 

Le parole sono fonte di speranza, un modo per sentirsi connessi al proprio presente e allontanare la possibilità di un abbandono; sono uno strumento per placare brame e dolori e una compagnia fedele per i Von Riesen, onnipresenti nelle loro vite sotto forma di citazioni, di formule magiche create e ripetute dalle giovani o di ossessione ludica della madre Lottie, lo “Scarabeo”, scandendo anche la loro vita emotiva: Elf nei suoi periodi bui evita le parole, smettendo di parlare e rifiutandosi di rispondere al telefono, barricandosi in un silenzio che è possibile interrompere solo attraverso lo stimolo musicale, un linguaggio più affine alle sue emozioni del momento ma pur sempre un linguaggio. 

Perché, che si tratti di parole o di note musicali, “i libri sono quello che ci salva”.

Miriam Toews

Autentica rivelazione della narrativa canadese degli ultimi anni, Miriam Toews è nata in Manitoba, in una comunità mennonita di stampo patriarcale e fondata sulla colpa.
I suoi genitori avevano vedute più larghe e si sono rassegnati a vederla fuggire. A diciotto anni era già a Montréal, e scrivere è stata la sua ribellione.
Il regista messicano Carlos Reygadas l’ha tentata con il cinema, nominandola sul campo attrice protagonista di Luz silenciosa; la sua intepretazione è memorabile, ma il suo vero terreno era e rimane la scrittura, comica e malinconica in modo inestricabile.
Nel 2004 ha vinto un premio importantissimo, il Governor General’s Award, con Un complicato atto d’amore, pubblicato in Italia da Adelphi.
In fuga con la zia si è aggiudicato il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize ed è stato tradotto in dieci lingue.
Mi chiamo Irma Voth richiama la sua esperienza sul set di Luz silenciosa e narra lo stranissimo impatto di una troupe cinematografica su una comunità mennonita nel deserto messicano.
Un tipo a posto è il secondo dei suoi romanzi; I miei piccoli dispiaceri viene pubblicato in Italia da Marcos y Marcos (2015); con questo romanzo è tra i finalisti del Premio Sinbad.

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Martina Barlassina

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