Pagine: 508
              Prezzo: euro 19,00

Il vento selvaggio che passa
di Richard Yates – Minimum fax

“Ah”, fece Al Damon, scostandosi i capelli dalla fronte con dita nervose. “Be’, non voglio accusarla di essersi venduto, amico mio, però vorrei farle presente che lei sta correndo dietro a falsi dei. Vorrei farle presente che lei è ancora fissato con la cricca della “generazione perduta” di trent’anni fa, e il guaio è che non abbiamo più niente in comune con quella gente. Noi siamo la seconda generazione perduta.

Per cominciare a parlarvi de “Il vento selvaggio che passa”, romanzo di Richard Yates pubblicato per la prima volta in Italia, vorrei cominciare proprio dal dialogo che avete appena letto.

Siamo negli anni ’50, un paesino appena fuori New York in una delle tante feste a cui i coniugi Devemport, Michael e Lucy, partecipano nella speranza di conoscere persone interessanti dal punto di vista artistico, persone che, come loro, vogliano fare delle proprie esistenze un’opera d’arte.

“La seconda generazione perduta” è propria quella descritta in questo romanzo, anzi, è quella presente in quasi tutti i romanzi e i racconti di Richard Yates. Quegli uomini e quelle donne che, dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno cercato, con i loro sogni, di prendere le distanze da quel conformismo dilagante tipico di quel periodo. Era l’America uscita dalla Grande Depressione e da due conflitti mondiali, l’America che cercava di tornare a vivere avendo fiducia nel futuro. Quella, per intenderci, del benessere economico, delle villette con il giardino e la macchina parcheggiata nel vialetto antistante l’ingresso, ma anche quella dell’ansia e della grande diffusione di tranquillanti, della “Red scare” e del Senatore McCarthy e della segregazione razziale.

E’ questo il palcoscenico sul quale si muovono i personaggi di Yates, il quale prende per mano il lettore e lo accompagna ad osservare da vicino il lento fallimento di quei progetti e di quei sogni che sembravano così facilmente realizzabili.

Non fanno eccezione Michael e Lucy Devemport, i protagonisti di “Il vento selvaggio che passa”. Michael, una volta tornato dalla guerra, s’iscrive ad Harvard e qualche anno più tardi conosce Lucy la quale “non era la ragazza più carina che avesse mai incontrato, ma era la prima ragazza carina che avesse mostrato tanto interesse nei suoi confronti”.

I due si sposano e iniziano a pianificare i loro progetti. Michael vorrebbe diventare poeta ed essere, così, al centro della vita culturale americana. Lucy, invece, non ha probabilmente le idee chiare su cosa fare, anche perché, come rivelerà al marito appena dopo il matrimonio, dispone di un patrimonio tale che consentirebbe ad entrambi di vivere di rendita. Apparentemente questa dovrebbe essere un’ottima notizia per Michael, potrebbe dedicarsi alla scrittura senza preoccuparsi di trovarsi un lavoro che possa consentire ad entrambi di vivere in attesa di essere illuminato dalle luci della ribalta.  Ma Michael non la pensa così, non vuole dipendere dai soldi di sua moglie e si troverà un lavoro in una rivista patinata che promuove il commercio al dettaglio e, contemporaneamente, cercherà di scrivere. Lucy non comprende perché Michael si rifiuti di sfruttare l’opportunità che gli offre e se, in un primo momento, accetterà di assecondare i suoi desideri, alla lunga diventerà insofferente verso uno stile di vita in cui si sentirà costantemente un pesce fuor d’acqua.

La disgregazione del rapporto sarà solo il primo dei sogni infranti. Dopo il divorzio seguiremo Lucy e Michael nel loro tentativi di realizzazione personale, tentativi che come ben sa, chi conosce le storie di Yates, si dissolveranno nel vento, selvaggio o meno che sia.

Concludo questa mia breve recensione riportando le parole di un altro grande scrittore americano, Kurt Vonnegut, il quale in uno dei tre omaggi riportati all’interno del libro, dirà di Yates: “Una cosa ci tengo a dirla, davanti a voi tutti: Richard Yates era uno scrittore più scrupoloso di Fitzgerald, e dotato di una capacità di osservazione ancora più acuta. È molto meno famoso di Fitzgerald perché non ha lavorato accanto a una folla di personaggi affascinanti come Hemingway, Gertrude Stein, Picasso, la “Gay Paree”. A differenza di Fitzgerald e Hemingway ha dovuto sopportare la condizione squallida e umiliante di essere un soldato semplice, impegnato in una guerra quotidiana per sopravvivere. A differenza di loro, non ha mai potuto prendere le distanze dalla vita borghese negli Stati Uniti. E perciò è della vita borghese che ha finito per scrivere. Proprio come un altro outsider della letteratura, Tennessee Williams, ha celebrato il coraggio senza attrattiva degli americani che non hanno mai potuto contare qualcosa”.

Penso che non ci possano essere parole migliori per farci comprendere, se ce ne fosse ancora bisogno, la grandezza di questo scrittore americano, forse non abbastanza apprezzato quanto avrebbe meritato, almeno fino a quando è rimasto in vita.

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Richard Yates

Richard Yates (1926 – 1992) è stato uno scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. Ha descritto la vita della classe media statunitense della metà del XX secolo, venendo spesso accostato sotto il profilo artistico ad autori come J.D. Salinger e John Cheever.

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